Nonostante sia la trasposizione della pellicola, Magnifica Presenza di Ferzan Ozpetek, terzo spettacolo della stagione teatrale del cineteatro Eduardo De Filippo di Agropoli, diretto da Pierluigi Iorio, è una storia che sembra nata a teatro, il luogo sacro dove le anime sono eterne e l’arte è l’unico palcoscenico con cui confrontarsi.
Inizia così il viaggio di queste presenze sceniche, con gli attori che si aggirano tra il pubblico salgono sul palcoscenico e si muovono come se fossero figure vive dentro un quadro. La scenografia di Luigi Ferrigno, con due specchi mobili che si chiudono e si aprono come quinte invisibili, ci riporta in un tempo antico sospeso tra realtà e irrealtà, dove un impeccabile Erik Tonelli veste i panni di Pietro, un aspirante attore alle prese con una delusione d’amore, trasferitosi a Roma per trovare lavoro e nella speranza di ricongiungersi con l’uomo che è diventato la sua ossessione sentimentale. I costumi curati da Monica Gaetani e le luci di Pasquale Mari completano l’atmosfera: ogni stoffa, ogni riflesso, ogni ombra contribuisce a fondere passato e presente, sogno e memoria.
Tra disperazione e insicurezza, Pietro si ritrova a vivere in una casa infestata dai fantasmi: una compagnia teatrale che sembra uscita da un’altra epoca, un gruppo surreale di attori che hanno fatto la Resistenza, rimasti intrappolati per sempre nel loro ultimo spettacolo. La differenza di epoca e di pensieri si nota subito nella diversità dei costumi di questi coinquilini sui generis, invisibili a tutti tranne che a lui. E mentre Pietro vacilla, la Compagnia Apollonia appare paradossalmente più a suo agio nella realtà di quanto non lo sia il ragazzo, in balia delle proprie emozioni.
A guidare il gruppo c’è Lea, interpretata da Serra Yilmaz, diva senza tempo, figura magnetica e imponente: una madre severa del palcoscenico che parla e si muove con la solennità di un’attrice abituata agli applausi, capace di dominare la scena anche solo con un gesto lento della mano. Accanto a lei emerge Ambrogio, Toni Fornari, l’attore brillante, ironico e tagliente, che osserva Pietro con una curiosità quasi affettuosa, come si guarda un intruso capitato per caso in un mondo che funziona secondo altre regole.
La compagnia si completa con un mosaico di anime sospese: Filippo ed Ennio (Luciano Scarpa), due ruoli affidati allo stesso incisivo interprete, incarnano due modi opposti di stare al mondo e in scena. Uno impulsivo, giovane, ancora innamorato dell’idea di teatro, l’altro più ombroso, più riflessivo, come se portasse addosso il peso di un sipario calato troppo presto. Gea e Livia (Tina Agrippino) sono invece due presenze femminili che convivono nella stessa voce: la prima dolce e sognante, quasi tremante; la seconda più determinata, più terrena, con una grazia che rivela il carattere forte delle donne di teatro. Elena (Sara Bosi) è lo sguardo inquieto della compagnia, la giovane attrice rimasta intrappolata in un’emozione non conclusa, che si muove come se temesse di rompere l’incanto. Infine, Massimo e Luca (Fabio Zarrella), due figure complementari: l’attore ambizioso, pronto a calpestare i sentimenti di Pietro, e l’ombra calma che tutto osserva, come un amante silenzioso.
A completare il quadro, la solarità di Tosca D’Aquino, la voce della realtà: schietta, sincera e senza filtri, un contraltare necessario all’irrealtà che permea la casa. La sua presenza mette in luce l’umanità di Pietro e ricorda che, anche tra le anime sospese, esiste un legame concreto con la vita vera, fatta di parole dirette, gesti autentici e una forza capace di rompere l’incantesimo dei fantasmi.
Tra le quinte invisibili della memoria, emerge un altro filo che unisce tutti gli attori: il sogno proibito dell’arte, quel desiderio segreto di eternità, di ribellione, di lasciare un segno indelebile nonostante il tempo e la storia. Ogni gesto, ogni battuta, ogni scena incompiuta diventa testimonianza di una Resistenza interiore, un modo per resistere all’oblio e mantenere viva la memoria di un passato che non può essere dimenticato. L’arte diventa così luogo di riscossa e di sogno, fragile e coraggiosa, dove la memoria e la vita si intrecciano indissolubilmente.
Ognuno di loro porta sulla scena un frammento di un passato che non passa, un’eco di spettacoli mai terminati. E proprio questa coralità — ironica, malinconica, a tratti struggente — diventa lo specchio in cui Pietro è costretto a guardare se stesso. Così, mentre i fantasmi recitano la loro eterna commedia, il solo vero “vivo” in scena è forse quello che più fatica a trovare il proprio ruolo, accompagnato dalla voce concreta e rassicurante di Tosca, che tiene saldo il legame con il mondo reale, e dal sogno proibito degli attori, sospeso tra memoria e Resistenza.
Il quadro di un’umanità che cerca se stessa attraverso il teatro, guidati da uno straordinario Ferzan Ozpetek che dirige lo spettacolo come se fosse un pittore di altri tempi, mettendo in scena la Resistenza dell’anima, di quel Sogno Proibito che è dentro di noi, anche quando sembra offuscato dalla realtà.