“ART” AL DE FILIPPO E QUEL BIANCO CHE DÀ LUCE A UNO SPECCHIO 

Se Bouvard e Pécuchet di Flaubert inseguivano il sapere finendo per smarrirsi nelle loro stesse convinzioni, i tre protagonisti di Art inseguono un quadro, o meglio, ciò che quel quadro rappresenta. E come i personaggi flaubertiani, scoprono che il vero oggetto dell’indagine non è il mondo esterno, ma se stessi.

Il 10 febbraio, al Cineteatro “Eduardo De Filippo” di Agropoli, Art di Yasmina Reza, sesto appuntamento dell’undicesima stagione teatrale diretta da Pierluigi Iorio, ha trasformato una tela bianca in uno specchio potentissimo. Uno specchio che non riflette lineamenti, ma fragilità. Non restituisce colori, ma insicurezze.

Diretto e interpretato da Michele Riondino, lo spettacolo trova nei suoi interpreti una sintonia affilata. Accanto a lui, Daniele Parisi e Michele Sinisi costruiscono un triangolo scenico di precisione millimetrica: tre amici, tre visioni del mondo, tre modi diversi di guardare e di guardarsi. Il ritmo è serrato, l’ironia affilata, ma sotto la superficie comica si avverte una vibrazione più profonda: la paura di non essere riconosciuti, di non essere compresi, di non essere all’altezza dello sguardo dell’altro.

Il quadro bianco, acquistato a caro prezzo da uno dei tre, diventa il detonatore di una frattura. Ma quel bianco assoluto non è vuoto: è uno spazio di proiezione. Ognuno vede ciò che è. O ciò che teme di essere.

L’arte, allora, non è più oggetto di discussione estetica: è il pretesto per mettere a nudo gerarchie invisibili, competizioni sotterranee, affetti dati per scontati. Il dipinto è lo specchio che non mente, perché non mostra nulla. E proprio in quel nulla si riflette tutto.

La regia di Riondino sceglie la sottrazione: pochi elementi, centralità della parola, corpi che si avvicinano e si respingono come in una danza nervosa. Il pubblico ride, ma è una risata che spesso arriva un attimo prima della consapevolezza. Perché chi di noi non ha mai difeso un’opinione come se fosse un’identità? Chi non ha mai temuto che il giudizio su un gusto fosse, in realtà, un giudizio su di sé?

Art non parla di un quadro. Parla di amicizia come opera fragile, continuamente da restaurare. Parla dello sguardo: di quanto sia difficile sostenere quello degli altri e, ancora di più, il proprio. E forse, uscendo dal teatro, la domanda non è più “È davvero arte?”, ma “Cosa vedo io, quando guardo quel bianco?”. Perché, come insegna Flaubert, il sapere e l’arte sono spesso solo un modo elegante per raccontare le nostre ossessioni.

Settanta minuti di uno spettacolo intenso, intelligente, necessario. Un teatro che diventa specchio. E un pubblico attento che ha avuto il coraggio di guardarsi dentro.