GLI INNAMORATI: UNA RADIOGRAFIA EMOTIVA SULL’ INSICUREZZA AMOROSA 

Tre lati, nessuna via di fuga. Gli innamorati di Goldoni è un triangolo. Non quello banale e scontato del tradimento ma quello invisibile che tiene insieme io, tu e la mia paura di non bastare.

Al Cineteatro Eduardo De Filippo, diretto da Pierluigi Iorio, la messinscena de Gli innamorati di Carlo Goldoni, firmata da Roberto Valerio, si offre come una radiografia sottile e quasi impietosa dell’insicurezza amorosa. Non è il tradimento il cuore pulsante della vicenda, ma la paura di non essere abbastanza, il dubbio che si insinua tra le parole e le rende taglienti, ambigue, pericolose.

Valerio sceglie la via della contemporaneità, e in questo la regia coglie nel segno: il suo Goldoni parla alle nuove generazioni, intercetta le fragilità affettive di oggi, quell’ansia di conferme che attraversa le relazioni contemporanee. Il conflitto tra Eugenia e Fulgenzio diventa lo specchio di legami in cui il sospetto nasce più dall’insicurezza che dai fatti, più dall’immaginazione che dalla realtà.

Valentina Carli e Leone Tarchiani abitano i ruoli con una tensione costante, vibrante. Lei è elegante e vulnerabile, sospesa tra desiderio e inquietudine; lui è sinceramente innamorato, ma progressivamente disorientato dai sospetti dell’amata. Il loro dialogo è un campo minato emotivo: ogni frase pesa, ogni gesto diventa indizio, ogni silenzio un’accusa implicita. La gelosia non nasce da un fatto, ma da una proiezione interiore — e proprio qui lo spettacolo trova la sua forza più attuale.

Attorno a loro, il resto del cast partecipa con misura a questo gioco di equilibri. Loredana Giordano restituisce alla sorella un’ironia vigile e una razionalità che tenta di arginare gli eccessi; Massimo Cimaglia interpreta uno zio Fabrizio pragmatico e involontariamente comico; Maria Lauria, insieme a Lorenzo Carpinelli, Damiano Spitaleri e Alberto Gandolfo, contribuisce a creare un tessuto scenico compatto e dinamico, dove ogni presenza alimenta tensioni e malintesi senza mai appesantire l’insieme.

Nella trasposizione contemporanea, tuttavia, emergono alcune leggere fragilità sul piano tecnico. La musica, quasi rarefatta, avrebbe potuto accompagnare con maggiore incisività i passaggi emotivi più tormentati, fungendo da contrappunto ai silenzi e alle esplosioni verbali dei protagonisti. Anche il disegno luci, pur coerente nell’intenzione di sottolineare ombre e sospetti, talvolta resta su registri prevedibili, senza osare variazioni più marcate capaci di sorprendere e amplificare i picchi drammatici.

La scenografia di Guido Fiorato, invece, sceglie con coerenza la via della sobrietà: arredi leggeri, spazi ben definiti, porte e finestre che delimitano confini fisici ed emotivi. È una scelta misurata, funzionale alla centralità del conflitto interiore. Più che imporsi, lo spazio accompagna gli attori, lasciando che siano i corpi e le parole a dominare la scena. Una discrezione che non impoverisce, ma sostiene con equilibrio l’impianto complessivo.

La regia asciuga il testo e ne esalta il ritmo, lasciando emergere un Goldoni sorprendentemente contemporaneo: sotto la brillantezza della commedia affiora un amore instabile, ossessivo, continuamente minacciato dal dubbio. Un’operazione intelligente, che parla al presente con lucidità, pur con qualche margine di maggiore audacia sul piano sonoro, luminoso e sulla complessità della messinscena. 

Il messaggio rimane intatto. Amare qualcuno. Temere di perderlo. Non sentirsi abbastanza. Tre lati della stessa fragilità. Sempre gli stessi. Anche oggi. E noi, inevitabilmente, al centro.